O caro Pan, e voi altre divinità di questo luogo,
datemi la bellezza interiore dell’anima e,
quanto all’esterno,
che esso si accordi con ciò che è nel mio interno.
Platone, Fedro
Come non interrogarsi sul tema dell’identità a partire da immagini sofferte che tuttavia posseggono i tratti di un rimedio antico?
Un sottile filo conduttore sembra unire la platonica invocazione a Pan e il conflitto irrisolto o irrisolvibile fra soggetto e oggetto, interiorità ed esteriorità, natura e cultura che si sprigiona dalle fotografie della Woodman.
Artaud, Bataille, Breton, Céline sono alcune delle referenze culturali che popolano l’universo della Woodman e si riverberano sulle sue fotografie. Come non porsi domande, allora, intorno allo statuto di questa arte? Come non ricercare il riflesso dello specchio, del doppio, o come scrive Baudrillard, “l’esorcismo della fotografia” per cui “tutta l'opera la fa l'oggetto". E forse, in questo caso, il soggetto-oggetto.
Modella di se stessa – si è detto più volte di lei – ossessione creativa e indagine sul corpo, sulla sessualità, sul volto “mascherato” o estromesso dal quadro, sono tutte caratteristiche che si evidenziano nelle sue immagini.
In nove anni di produzione l’artista approfondisce il gesto performativo nei suoi articolati significati, consentendoci così di comprendere meglio la sua regia pervasa da un senso di libertà che tenta di liberarsi.
Una carriera breve, una vita spezzata, una tragicità che si insinua nelle luci e nelle ombre di questi ritratti e auto-ritratti avvincono lo spettatore in una trama di rimandi che si dipana fra realtà e sogno, nella moltiplicazione dei punti di vista e in giochi erotici, talvolta scabrosi.
Risvolti psicoanalitici, narcisismo, autobiografia, sacrificio di sé sono chiavi di lettura agilmente associate ai suoi lavori, eppure la complessità di questo corpus è davvero più ampia. Forse, addirittura, i suoi autoritratti prescindono dall’elemento biografico circoscritto, e scavano nella dimensione dell’interiorità pura di tutti noi. Per scomparire fra le cose, per ritrovarsi ancora di più.
A tutto ciò si aggiunge una struggente ed elegante cura per le inquadrature che sembra alludere a quello scambio simbolico fra silenzio e parola, fra scritte ed evocazioni. Riprendendo nel suo stile la suggestione socratica di una divinità che relega il corpo a immagini silenti. Inquietudini e ricerche di sé che agitano l’osservatore e l’attore, chi guarda e chi è guardato, chi è in scena e chi è fuori scena. Per un teatro della parola, un’emozione dello sguardo, un movimento poetico del pensiero. Per conoscere una certa idea d’America, per scoprirne il racconto che si può estendere agli altri Paesi, per cogliere in una vicenda così personale le tracce di una storia che tutti possiamo provare a comprendere. Cercando il senso profondo di queste immagini da cui emerge il richiamo a una sensualità strana, profonda, animale.
Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
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