Io desidero il mio desiderio, e l’essere amato non è altro che il suo accessorio.
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso
Perché non si può ridurre la sensualità a sessualità?
Perché l’erotismo non è pornografia.
Perché la pornografia è messa in scena dell’osceno.
L’erotismo, invece, è relazione toccante, desiderio dell’immaginazione.
Eros, come ci insegna l’antichità classica, è figlio di Poros e Penia, di ricchezza d’espedienti e povertà.
Ma il tema dell’eros conosce differenti declinazioni in rapporto alle diverse culture con figure e codici espressivi assai variabili nella sensibilità d’Occidente e in quella d’Oriente. In particolare in Giappone.
Le Shunga o «immagini della primavera» sono stampe a soggetto erotico che reinterpretano la corrente pittorica dell’ukiyo-e.
È il corpo al centro di queste “moderne” raffigurazioni che ispirano artisti quali Harunobu, Koryusai, Kiyonaga, Utamaro e Hokusai.
La fluttuazione o la transitorietà dell’uomo e della vita sono incarnati in queste raffinate opere intrise di un certo, e forse per noi equivoco, edonismo. Ma vi è dell’altro e va detto subito: la cultura nipponica è una cultura in sé e a sé. E come tale va riconosciuta e apprezzata.
Del resto, il confronto fra le civiltà passa anche per il tramite della dimensione della corporeità. Si svelano, così, molti punti di vista a seconda dello sguardo adottato, oggettivante o soggettivante: dal dominio della materia al controllo delle forme, dalle discipline dell’etica e della religione al commercio o alla scienza medica. Per porsi domande che si estendono alla psicoanalisi, alla letteratura, all’arte Per rispecchiarsi nel gioco del doppio, della coppia di amato e amante, di corpo e anima, di sostanza e pensiero alla ricerca del senso primario dell’esistenza.
La mostra, che è suddivisa in quattro sezioni cronologiche e tematiche nel periodo compreso fra il 1603 e il 1867, ci conduce attraverso il viaggio di una parola – il corpo - densa di significati: dal corpo-cosa al corpo-casa, dall’avere all’essere un corpo.
Per rileggere, infine, in un genere dalle antichissime origini le corrispondenze letterarie e l’evoluzione dei tempi e dei costumi del Giappone di un’epoca lontana ma affascinante e capace di parlare ancora a noi oggi. Per intuire fra le 150 opere esposte nell’accurata selezione del Museo delle Culture della città di Lugano la fortuna di uno stile che, per certi suoi aspetti, si può forse accostare anche al genere Manga.
Alla riscoperta di un filone che, fra le xilografie policrome, investiga la relazione fra eros e thanatos, fra carne e sublimazione, fra iniziazione e pienezza, fra allusione ed esplicitezza.
La mostra di Palazzo Reale offre perciò un’ulteriore occasione per conoscere un differente risvolto della cultura del Giappone e comprendere con le cifre della sessualità e sensualità dei “romanzi del mondo fluttuante” una spiritualità individuale e collettiva appartenente a una “comunità inconfessabile”. La comunità degli amanti che, in altro contesto, lo scrittore Maurice Blanchot rilegge sull’esperienza-limite di una nuova forma di oscillazione fra l’eccesso e l’abbandono per cui “gli amanti eternamente separati, come se la morte fosse in loro, non sono separati né divisi, inaccessibili e, nell’inaccessibile, sotto un rapporto infinito”.
Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
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