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Tony Oursler | Open Obscura

PAC, dal 19 marzo al 12 giugno '11



L’unica cosa che colpiva lo sguardo era un oggetto
collocato proprio davanti all’ufficio…
Era un’enorme effige dorata di un occhio umano,
circondato da raggi pure d’oro,
e che occupava due o tre finestre dell’ufficio
.

G. K. Chesterton, L’occhio di Apollo

 

All’inizio gli occhi: gli occhi rappresentati da Tony Oursler che sanno creare una geometria di scambi e interazioni con l’opera e con il pubblico. Metafora della visione, interpellazione, spiazzamento, suggestioni oniriche che immergono, fin da subito, i visitatori in un’atmosfera inquieta e visionaria. Oursler gioca con i segni della società delle immagini. Li capovolge, li interroga e li dota di nuovi significati in un incessante processo di ricomposizione estetica e semantica.
Il videoclip e l’immaginario pop sono sullo sfondo della sua poetica che abita la postmodernità. Nelle sue provocatorie sculture e installazioni si avvertono gli echi delle teorie di Marshall McLuhan che ci guidano dall’occhio all’orecchio; ritroviamo anche le tracce dell’Homo ludens di Johan Huizinga e, forse, perfino della sua ultima evoluzione, quella dell’Homo videns.
In un universo in cui domina un’intellettuale pulsione scopica si mettono in causa i rapporti fra gli individui e la comunità. Perturbazioni percettive, disturbi di personalità, inquinamento ambientale si trasformano qui in veicoli e modalità per l’esplorazione e la scoperta dello spazio, del cosmo.
Maschere, volti, sguardi, bambole, alberi e nubi di vapore sono le materie prime di sorprendenti e performanti sculture-screens. E questa ‘primarietà’, indagata con diversi livelli di consapevolezza dall’artista, allude precisamente a un’origine, remota o forse vicina nel tempo, il cui fluire si cadenza su monologhi inattesi e fuori da ogni schema preconcetto. Il tema del corpo è, ancora una volta, centrale nella sua personalissima visione delle cose. Come muoversi e confrontarsi, in effetti, con le figure ectoplasmatiche che popolano alcune delle sue opere più destabilizzanti?
Questa grande antologica costituisce, così, un’occasione importante per conoscere meglio uno dei più innovativi e interessanti artisti americani. Sprigionando la passione e l’ossessione per la scrittura, in questo caso per la scrittura visiva, che da Duchamp e dal surrealismo trae profonda ispirazione. Alla ricerca della trasformazione, del cambiamento, di una mutevole e necessariamente contrastante identità. Ricordando a tutti: siamo figli del Novecento, epoca nella quale anche un’estetica del brutto ha potuto rivendicare la propria autonomia rispetto al bello tradizionale.

Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano


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