A te fonti di acque intellettuali
assegnarono quelle che vivono negli antri della terra,
nutrite dal soffio della Musa
a un canto divino; esse facendole sgorgare sul suolo
per ogni rivo
offrono ai mortali di dolci acque
flussi inesauribili.
Porfirio, Inno ad Apollo ne L’antro delle Ninfe
Come accostare uno dei più affascinanti e ricorrenti “soggetti” dei quadri di Claude Monet? Il tempo delle Ninfee si affronta con una duplice visione che assume i contorni dell’ossessione. Perché? Per vedere, osservare, contemplare, scrutare. Perché? Per restituire le forme, le figure e i colori di questi fiori che giocano con lo specchio dei riflessi d’acqua. Così esplorare i meccanismi della percezione in tutte le angolazioni più inattese e nascoste, questo è uno dei compiti che Monet si dà negli ultimi trent’anni di vita e di produzione artistica. La natura e ciò che chiamiamo Giappone sono le due più profonde influenze che affiorano nell’ultima fase della sua opera e che segnano il corso di un lungo cammino di ricerca estetica e spirituale.
Certo, l’occhio del pittore cattura la realtà. Ma non soltanto quella esteriore; si propone piuttosto di investigare dall’interno ciò che in apparenza sembra fuggevole. Perfino tra le somiglianze spiccano piccole differenze che per un taglio di luce o un volgere di stagione aprono a nuovi e imprevisti scenari. La ricerca è verso “quelle potenze invisibili la cui essenza non è percepibile allo sguardo” così come spiega Porfirio nel suo scritto enigmatico e interrogante, tuttavia se ne avverte la presenza in un misterioso linguaggio che proprio attraverso la visione si diffonde e dialoga con la natura. In effetti, i giardini sono da sempre luoghi simbolici, mistici o profani, dove qualcosa di ineffabile può manifestarsi.
Qui la ricerca del pittore pare attuarsi con due vie: una pratica – il Monet giardiniere e botanico ante litteram e una ideale – la riproduzione del giardino onirico popolato di Ninfee. Dove l’influsso dell’arte orientale si rivela decisivo in virtù di una passione coltivata tenacemente e di uno stile di impressioni tra rêverie e realismo. Questa mostra, in collaborazione, di più in amicizia, con il Musée Marmottan Monet e il Musée Guimet, rappresenta un’occasione davvero differente per riscoprire i lavori di Monet con un altro punto di vista e proporre un confronto con alcune pregiate fotografie d’epoca e 60 stampe giapponesi di Hokusai e di Hiroshige in rotazione. Un’interazione che permette di cogliere il portato della rivoluzione di Monet intorno alla concezione della visione. Un inedito percorso per leggere e rivivere l’esperienza artistica del grande pittore francese e cogliere gli influssi che la sua opera ha prodotto nel corso degli anni. Un viaggio tra suggestioni, silenzi e allusioni per tornare alle atmosfere senza tempo della Giverny di Monet. Un viaggio in cui Milano e Parigi si uniscono metaforicamente in un solo ambiente per un’ecologia della seduzione. Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
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