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Steve McCurry. 1980-2009 | SUD-EST

Palazzo della Ragione, dall'11 novembre '09 al 31 gennaio 2010



Ciò che mi sta a cuore non è la “vita” della foto (nozione puramente ideologica),
ma la certezza che il corpo fotografato mi tocca con i suoi propri raggi,
e non con una luce aggiunta successivamente.

Roland Barthes, La camera chiara

Soprattutto viaggiare.
La fotografia viene dopo. Il fotografo anche. Ma il viaggiare è la causa di tutto. Lo sguardo fotografico di Steve McCurry ci introduce in un universo attratto da storie, paesaggi, culture, pensieri, silenzi, ironie.
Invitare Steve McCurry a Milano per realizzare una mostra che ci conduce verso SudEst significa acquisire al contempo un punto vista nuovo sul mondo, fatto di luce e colori che disegnano i tratti dell’anima, e offrire un’interpretazione della realtà che penetra la realtà stessa.
Uno dei più grandi e apprezzati fotografi contemporanei attraversa con la sua “camera” il nostro tempo e lascia tracce e impressioni che ci parlano di paesi lontani eppure a noi vicini in una concezione di cultura che vive della fratellanza e della ricchezza della diversità. In quello spirito dell’accoglienza e dell’amicizia che il filosofo Jacques Derrida enunciava nelle sue lucide riflessioni sul presente e sul futuro delle nazioni.
L’arte fotografica apre qui una scena per lo sguardo inquieto, spesso drammatico, per le profondità del silenzio, per il fuggevole momento di gioia, per il respiro della Terra. E afferma così un impegno a favore della persona, contro l’omologazione, il conformismo, l’ipocrisia. Presentandoci scenari che paiono alludere a un pensiero nomade, sia per le suggestioni di alcune ambientazioni, sia per le attitudini dei suoi bellissimi ritratti.
Scrive McCurry che la sua ricerca della vulnerabilità passa attraverso le esperienze di vita che si incidono sui volti. Eppure, questi scatti evocano e esigono altri momenti di scambio, incontro, relazione.
Conoscere un’altra cultura vuol dire essere capaci di “guardare” in tutte le direzioni, affrontare la guerra, la morte, ma anche l’anelito della libertà. E seguire un punto di vista privilegiato: quello dell’infanzia, anche quando è stata negata.
Che cosa ci insegna McCurry? Che con la sua fotografia possiamo entrare dentro la tragedia e scoprire che essa può contenere un frammento di bellezza, una speranza di salvezza. Non è forse questa la ragione del successo dell’immagine della ragazza afghana e dei suoi occhi verdi in mezzo al disastro, la desolazione, la povertà?
Ospitare a Milano le opere di McCurry rappresenta, infine, un’occasione per coinvolgere il pubblico in un più ampio progetto di conoscenza e amore per le culture dei paesi extraeuropei. Per inscenare e raccontare con il linguaggio universale delle immagini il progetto di vita di uomini e donne disseminati sulle vie che portano a SudEst o che, forse, in una prospettiva rovesciata, partono da SudEst e muovono verso di noi. Là dove centro e confini si confondono e diffondono.

Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano

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