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Dalla magnificenza al progetto
cat. Skira editore

Palazzo Reale, dal 21 aprile al 21 giugno '09



Il vero abitante dell’interno è il collezionista.
Egli si incarica della trasfigurazione delle cose.
A lui tocca la fatica di Sisifo di rimuovere da esse,
mediante il possesso, la qualità di merci.

Walter Benjamin in Mario Praz, Filosofia dell’arredamento

Perché porre a confronto cinquecento anni di arte decorativa di grande valore e la più recente stagione del design italiano? La risposta risiede già nell’interrogativo. Ogni domanda infatti è una forma. E in questa esposizione la forma diventa progetto che unisce l’innovazione nell’ambito della tradizione come dis-continuità creativa.
Si tratta di un’operazione pensata e voluta per ripercorrere la storia delle arti all’interno di una storia più stratificata: la cultura.
Dalla Magnificenza al progetto ci conduce tra le sale di Palazzo Reale in un viaggio che spazia dal tardo Cinquecento, per attraversare il Rococò, il Neoclassico e lo stile Impero e approdare, infine, alla seconda metà del Novecento.
È un viaggio dunque che racconta. Ma non solo. È un itinerario che si snoda tra le mode, gli stili, gli arredi che hanno segnato l’evoluzione dei tempi, tappe di un percorso ispirato alla filosofia dell’arredamento che i preziosi oggetti in mostra racchiudono e disvelano.
Inevitabile pensare che tali oggetti parlino di noi, del nostro modo di guardare al mondo e di agire con le cose.
Ricchissima la collezione di opere qui radunate che annoverano artisti quali Gian Lorenzo Bernini, Filippo Juvarra, Andrea Brustolon, Gio Ponti, soltanto per ricordare pochi nomi fra i molti eccellenti che popolano le sale dell’esposizione.
Tuttavia, questa iniziativa appare particolarmente interessante anche sotto una diversa prospettiva che si spinge al di là del piano estetico: portare l’accento sulla qualità della produzione artigianale italiana di alto profilo nella continuità, seppure con differenti e inattese re-interpretazioni, dal Rinascimento al Novecento. L’accostamento che pare inconsueto trova, invece, il suo “filo rosso” nel lavoro qualitativo sulla progettualità per mettere in dialogo l’antico e il contemporaneo.
Ne deriverà così un’estetica “mobile”, che non possiede un’identità fissa e sterilizzata, ma è sempre alla ricerca di un movimento, un “verso cui” giungere mediante le forme, le figure, la materia, il colore, gli stili. Perché come affermava Paul Valéry: “Un’opera d’arte ci dovrebbe far capire, sempre, che non siamo riusciti a vedere quello che vediamo”. O, detto in altri termini, dobbiamo aprirci a uno sguardo che ci permetta di vedere più cose di quante ne conosciamo. L’illusione concorre quanto l’intuizione alla realizzazione del progetto…

Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano

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