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Yayoi Kusama. I want to live forever

PAC, dal 18 novembre '09 al 14 febbraio 2010



Le onde si creano spontaneamente mentre dipingo e producono su di me un effetto davvero positivo… mi fanno sentire il ritmo e le vibrazioni.

Yayoi Kusama, Yayoi Kusama and Midori Matsui

Non solo visioni. Non solo allucinazioni e neppure solo deliri. Ma una ricerca puntuale e ossessiva sugli elementi perturbanti della percezione: pois, reticoli, specchi. Del resto, l’arte contemporanea si misura da sempre con un inatteso che è davanti a noi, con ciò che sorprende e sconcerta.
Nei suoi giochi di specchi e nei riflessi del tempo si scrive la storia di Yayoi Kusama, una delle più importanti artiste giapponesi dei nostri giorni che ha portato in America “una certa immagine” del Giappone. Un’immagine segnata dalle battaglie dell’impegno civile, colorata dall’indagine sul ruolo della donna, attraversata dalla malattia mentale.
L’originalità di Kusama si inscrive anche all’interno della complicata relazione fra arte e follia lungamente studiata. Afferma il filosofo Karl Jaspers in Genio e follia: “In una simile epoca, è forse la follia la condizione di ogni autenticità in campi in cui, in tempi meno incoerenti, si sarebbe stati capaci di esperienze e di espressioni autentiche anche senza di essa?”. A patto, però, che si evochi quella follia che attinge all’antichità, là dove con Platone la “follia” è “minaccia e dono” e proviene da un Dio; “è assai più bella della saggezza d’origine umana”. Minaccia e dono, già.
Così Yayoi Kusama con opere quali Narcissus Garden (Biennale di Venezia, 1966), Infinity Mirror Room – Phalli’s Field (1965) o Hallucination (2008) ci offre la sua personale interpretazione del mondo nel duplice e complesso rapporto fra separazione e inclusione, individuo e società, spazio della rappresentazione e della sua negazione.
In questi suoi lavori sono messe in questione sia la pittura sia l’immaginazione, e di conseguenza lo spettatore perché qui si tratta di tradurre una sensibilità individuale in un teatro di specchi nei quali provare a simulare l’infinito accessibile anche al pubblico.
Yayoi Kusama pone se stessa all’interno delle opere, ma afferma che in esse non vi sono un inizio, una fine o un centro precisi. Per di più, si cimenta (inevitabilmente) con numerose discipline: disegno, pittura, scultura, installazioni, film, poesie e racconti in cui la cifra stilistica della ripetizione si afferma con forza.
Accostata ad Emily Dickinson esprime, come la poetessa americana, una tensione per l’assoluto, un desiderio di confronto fra astratto e concreto, un doppio passo (sempre esperienziale) fra temporale ed eterno, con un’attenzione singolare per la natura nei suoi misteri.
In un percorso enigmatico che cattura il visitatore con ambigui e contraddittori sentimenti fra meraviglia dell’incanto, stupore del dubbio, ironia scettica.

Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano

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