Sai, quando penso all’eternità, questo nostro povero mondo
mi fa tanta pena, già, proprio così, mi viene da tremare per lui…
Agire, Woyzeck, lavorare… darsi da fare, ecco l’azione, capisci?
Eterno, eterno… lo vedi anche tu, no, una cosa è eterna
ma poi non lo è più, ed è stato un attimo, solo un attimo, tac, e poi…
Georg Büchner, Woyzeck
Musica, cinema, teatro, animazione, pittura. Con una geniale mescolanza dei generi e delle forme espressive prende corpo l’opera e la poetica di uno dei più significativi protagonisti dell’attuale scena internazionale. Ma di cosa si tratta? Perle della stessa collana il cui filo è l’arte. E la parola “forma” non è scelta a caso, perché William Kentridge fa della ricerca sulle “forme” e sulle figure una delle sue più marcate cifre stilistiche.
Nelle silhouettes che si animano nei suoi spettacoli, films, performances, si agita l’inquietudine del tempo, del suo fluire, dell’irrisolto rapporto con la storia. Il frammento, la traccia, la sagoma sono segni tangibili dell’umana fragilità, della dissoluzione, così come della ricomposizione di un nuovo inizio. In questo processo la musica ricopre un ruolo fondamentale. Suoni e visioni si mettono in dialogo per comporre le regole di un gioco che torna verso un’unità racchiusa nell’apparente movimento di disgregazione.
Sullo sfondo la vita in Sud Africa e l’apartheid, la tragica esperienza della migrazione e dell’incarnazione violenta della dialettica servo-padrone.
Le marionette di Woyzeck, insieme agli attori, restituiscono nella loro solidità tutta la tensione e la contraddizione di un’arte con-temporanea che lo stesso Kentridge definisce politica. Un’arte che rispecchia la realtà dei fatti, perfino nelle pagine più dolorose.
E in questo ambito l’uso della tecnica è decisivo: l’importanza del bianco e nero, il carboncino, i pastelli, il trattamento dell’immagine per successive modifiche e cancellature che paiono alludere al processo della rielaborazione e sedimentazione della memoria. Arricchita dalla fantasia, dall’immaginazione che prova a guardare al domani. Senza dimenticare il passato. Breathe, Return, Dissolve sono le tre sezioni che costituiscono Repeat / from the beginning, uno dei video in mostra, che ci permettono di entrare più direttamente nel mondo di William Kentridge. Impegno, denuncia, lotta, difesa dei valori civili sono soltanto alcune delle caratteristiche di tali lavori. Nell’anno che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedica ai paesi dell’Africa realizzare questa esposizione, vuol dire, anzitutto, attribuire un meritato riconoscimento all’artista sudafricano, ma significa anche cogliere un’occasione per riaffermare la dignità e la sacralità della persona umana in ogni condizione, rango, razza, religione, appartenenza politica e sociale. Provando a reagire, sorprendere, colpire attraverso il linguaggio delle arti. in nome e per conto della libertà e di una nuova bellezza etica, capace, quest’ultima di afferrare nel contingente, qui e ora, un frammento dell’eterno.
Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
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