Tocca a me. La mossa. Giocare.
Vecchio finale di partita persa,
finito di perdere. Vediamo un po’. Ah, sì!
Samuel Beckett, Finale di partita
Il grande gioco. Forme d'arte in Italia 1947-1989 non è necessariamente un gioco grande. Ma almeno un gioco vero. Dove la partita attiene alla vita. L’avversario invisibile è dentro di noi. È il tempo. Forse la lotta con la morte. E, forse, l’arte è in grado di vincere conquistando un’idea d’infinito per il tramite dell’opera.
Ma come potrebbe essere tale gioco? Si tratta di “giocare” seriamente, di pensare divertendosi, di pensare che, in questo modo, il pensiero si trova in gioco con se stesso. Là dove l’arte appare nella doppia veste di giocatrice e giocata come una scommessa che punta sulla creatività, la curiosità, lo stupore. E il gioco diviene, così, il risultato di una feconda con-fusione fra immaginazione e memoria, interpretazione e rappresentazione.
Una chiave di lettura interessante e profonda per viaggiare attraverso anni complessi, contraddittori che segnano il periodo della “guerra fredda” scegliendo un punto di vista pluridisciplinare per raccontare quarant’anni di storia italiana. Là dove la multidisciplinarietà punta a una convergenza, quella della conoscenza che inevitabilmente tende all’unitarietà dei saperi.
Nella collaborazione fra la città di Lissone e il suo Museo d’Arte Contemporanea, la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, il Comune di Milano e i suoi spazi della Rotonda di via Besana, e l’Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Lombardia, a Milano è stato affidato il “decennio” che si snoda dal 1959 al 1972.
Artisti quali Burri, Fontana, Vedova, Festa, Angeli, per citarne soltanto alcuni, animano l’esposizione e il quadro culturale di un’epoca che si vuole narrare all’interno di una fitta trama di relazioni, suggestioni, rimandi alla contemporaneità, al futuro e anche al passato. Riscoprendo, fra l’altro, l’autentico spirito futurista nella volontà di investire la società tutta con una dirompente rivoluzione culturale.
Arte, cinema, editoria, teatro, letteratura, economia interagiscono per restituire ai visitatori le sfide, le emozioni, le conquiste del cosiddetto “Secolo breve”. E ci aiutano a comprendere che se la partecipazione alla cultura spesso avveniva in vista di valori che la trascendevano, non di rado strumentalizzandola, ora la cultura comincia a essere vissuta come condizione incondizionata, sapere disinteressato, conoscenza non cumulativa, svincolata da esigenze immediate e spesso critica verso di esse. Un approccio che presenta dei rischi, delle mosse false se non arbitriamo la vita. Perché ciò che è più importante è l’apertura dello sguardo, la capacità di dialogare con la nostra Storia, il saper accogliere e incontrare l’altro, il confronto con realtà distanti fra di loro. Per tornare a riflettere sul nostro tempo con un dis-cursus articolato che, per impiegare le parole di Roland Barthes, è già fin dall’origine “il correre qua e là, le mosse, i passi, gli intrighi” alimentando con tenacia un “fuoco” essenziale. Ed esistenziale.
Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
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