Milano è una città che non si dimentica. Anch'io anni fa
accompagnato da un ombrello e da una maledetta
voglia di lavorare, ho lasciato la mia provincia e sono piovuto a Milano.
A Milano non c'è niente che ti opprima, con la sua tracotante bellezza,
con la sua storia, con i suoi monumenti.
Perché il monumento più importante di Milano sono i milanesi.
Un monumento che nessuno può distruggere perché Milano non si dimentica.
Ecco perché anche se la mia macchina sarà targata PR, Parma,
il mio cuore sarà sempre targato MI, Milano.
Giovannino Guareschi, Elzeviro su” Oggi”
Il Progetto Milano scopre Guareschi Guareschi scopre Milano con un omaggio allo scrittore attraverso una pluralità di mezzi espressivi: la mostra, lo spettacolo teatrale e la conferenza, si propone di celebrare la versatilità e la complessità del suo percorso letterario e artistico.
Guareschi rappresenta una figura di intellettuale anticonformista che sceglie di camminare lungo la difficile via della libertà di pensiero. Un uomo che, coerentemente con le proprie idee, crede con forza a questa libertà intesa come libertà morale.
La sua vita tra Parma, Potenza - dove ha prestato il servizio militare - e Milano, è segnata dalla drammatica esperienza della prigionia in Germania e in Polonia.
Il disegno, a tratti irriverente, della sua e della nostra Italia provvisoria contiene una lucida diagnosi: l’errore di assumere il presente come mero presente. Si tratta, per usare le parole dell’autore di una insidiosa forma di «nichilismo gaio». Come assenza di valori e divertimento. Ma non senza un'inquietudine di fondo, trasformando il dramma in commedia. Benché scompaia nel 1968, senza vedere le conseguenze del ’68, Guareschi ha già compreso quasi tutto, come rivela una sua folgorante battuta: «Dobbiamo imparare a diventare seri e quindi dobbiamo cominciare a diventare divertenti». Qui è racchiuso il senso della sua opera: attraverso la commedia può ‘passare’ la verità.
Conosciuto al grande pubblico per i suoi “storici” personaggi Don Camillo e Peppone solleva, in questo ritratto del nostro dopoguerra, problematiche ancora oggi dibattute anche se in altri e mutati contesti. Ma quale tipologia di pubblico lo comprendeva davvero? Di quale consenso godeva Guareschi per poter pronunciare la sua verità? Chi poteva rappresentare politicamente? Una risposta forse traspare tra le righe dell’ironia tagliente che non risparmia nemmeno i potenti. Eppure è necessaria una rilettura dell’opera per sfuggire al rito della nostalgia e riscoprire al di là della più facile interpretazione il versante più profondo e nascosto della narrazione, il sacrificio e il coraggio di chi ha saputo vivere in modo anticonformista. O, per adoperare ancora le sue parole, nel marcare la traccia per una “terza via”, né conformista, né anticonformista, “una cosa essendo la quale non esiste più né il conformismo, né l’anticonformismo”. In altri termini, una penetrante critica contro l’ascesa dell’uomo-mandria e un invito a riscoprire la tradizione più autentica, quella che per Guareschi significa “portare avanti”.
Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
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