L'uomo aveva appena spalmato del bianco e
lo stava marmorizzando con del grigio pallido.
Alzai la testa, respirai a pieni polmoni e
capii che stava dipingendo l'aria.
E. E. Schmitt, Quando ero un'opera d'arte
Impossibile per lo spettatore l’indifferenza. Sia che si tratti di una denuncia oppure di una rappresentazione drammatica o, ancora, di un gioco ribelle di un funambolo su di una corda tesa sul nulla, ciò che colpisce davvero è l’autenticità dell’artista. Del resto, il corpo, insieme al sangue, è al centro del lavoro e del processo di creazione artistica che Franko B persegue fin dai suoi esordi. Conduce un’interrogazione radicale sulla fisicità dell’uomo non soltanto esteriore, ma anche e soprattutto “interiore”. È il sangue di un uomo che sente il bisogno del corpo. Gesti che paiono estremi come “il taglio” e la fuoriuscita del sangue, riletti nella personale filosofia dell’artista, si caricano di tutte le tensioni emotive, ancestrali e “purificatorie” di atti che inevitabilmente si riconducono alla ritualità, malgrado Franko B rifiuti di definire come rito le sue performance e parli provocatoriamente di “cabaret” e di “pièce”, incentrate anche sulla mancanza di vergogna.
Il rapporto con il pubblico al pari del suo particolare cammino introspettivo risultano qui centrali, specialmente per la sua prima personale in un museo italiano. La relazione fra luce e tenebra, il tema dell’angoscia e dell’assenza di speranza si intrecciano nella cupa teatralità di momenti altamente figurativi dove il colore bianco si spande su di un corpo-maschera che al tempo stesso nega e rivela un’identità sessuale. Un corpo che è “canovaccio” per segni e sensazioni che si amplificano nella ricezione del pubblico, un corpo che talora si rivela nelle forme, figure, tatuaggi e sfumature cromatiche per creare risonanza in un buio esistenziale dal quale si strappano frammenti che rievocano momenti di vita, legati ad esempio all’infanzia.
Spezzando la cronologia le opere si succedono drammaticamente, sempre in equilibrio difficile fra il “nulla” e il “tutto”, fra pulsione erotica e pulsione di morte. E ciò dice qualcosa sulla storia dell’uomo prima ancora che su quella dell’artista.
Il contesto in cui è allestita la mostra, il PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea (che già aveva ospitato “Rosso vivo” nel 1999) è cornice perfetta per questa esposizione che non teme di affrontare i temi più intimi e “tabù” dell’uomo. Senza offrire una risposta preordinata - anzi esaltando al fine di distruggere tutte le gabbie concettuali e materiali - nell’impatto con una scena primordiale da un lato, ma registicamente controllata dall’altro, l’opera di questo artista maledetto si (im)pone allo sguardo nella sua tragica semplicità.
Il suo credo, dipinto di rosso e bianco, in bilico fra dimensione onirica e realtà, laddove come ci suggeriva Francisco Goya, i mostri sono generati dal sonno della ragione, si inscrive nel corpo-casa, nel corpo-testo, nelle tracce della disseminazione, nell’incontro doloroso fra arte e vita.
Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
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