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Ethnopassion. La collezione etnica di Peggy Guggenheim


Fondazione Antonio Mazzotta , dal 7 novembre '08 al 16 febbraio '09



In quelle terre remote ho imparato qualcosa che non posso dire
– disse Murdock.
Forse l’idioma inglese non basta a esprimerlo?
– osservò l’altro.
Non si tratta di questo. Ora che possiedo il segreto,
potrei enunciarlo in cento modi diversi e anche contraddittori.
Non so come dirle che il segreto è prezioso e che ora la scienza,
la nostra scienza, mi sembra nient’altro che futile….
Il segreto, d’altronde, vale meno delle vie che mi hanno condotto ad esso.
Codeste vie bisogna averle percorse.


Jorge Luis Borges, L’Etnografo

Ethnopassion con la sua doppia iniziativa, la collezione di arte etnica di Peggy Guggenheim alla Fondazione Mazzotta e Le Quattro collezioni del Castello Sforzesco dall’Africa e dalle Americhe rappresenta una preziosa occasione per costruire un luogo fisico e immateriale per il dialogo tra le culture. Un “luogo” per raccontare una storia diversa delle civiltà nelle quali oltrepassare i confini geografici attraverso due soglie, una storia, insomma, in cui entrano ed escono due parole interconnesse: hostis (straniero o perfino nemico) e hospes (ospite) per sviluppare questa relazione in chiave estetica ed etica. Dove i sensi sono i primi visitatori dell’immaginario di quel mondo primordiale e ancestrale che alberga nel profondo delle origini. La fruizione culturale “dell’altro” potrebbe così cominciare da queste porte se quest’ultime implicano una faccia(ta) e volto cui segue un corpo. Perché la grande sfida dei prossimi anni sarà esattamente quest’interpretazione di hostis da parte della città: trasformare cioè il termine straniero in qualcosa e qualcuno di non estraneo.
Perché l’equivoco di fondo di una certa cultura improntata alla chiusura ruota attorno alla mancata comprensione che il territorio è un ambiente saturo di simboli, terra che nomina e porta all’esistenza antiche narrazioni le quali, tuttavia, per essere tali devono costringere alla responsabilità e alla risposta gli ascoltatori.
Ethnopassion parla di terre lontane, ma narra emozioni, sensazioni e simboli che ci avvicinano. Ricordando l’etimologia del termine simbolo che evoca una riunificazione che proviene dal passato e incarna una forma di mediazione tra visibile e invisibile, occorre riflettere su come l’arte etnica ci conduca a un più intimo legame tra le idee e le cose. Se una certa analisi ideologica ha chiuso talvolta l’arte primitivista nella categoria dell’ingenuo oggi la rivalutazione è significativa. L’allargamento di nuove correnti estetiche ha permesso di guardare con rinnovato interesse a creazioni artistiche originali non-europee.
Ma, in tale rinnovato clima, ci potremmo domandare: “è davvero visibile uno sguardo?”. E potremmo rispondere di sì con Edmond Jabès: “Lo è nella misura in cui è a sua volta visto e rivelato a se stesso da tutto ciò che vede, ma permane invisibile poiché l’essere o la cosa sono da lui colti solo nella loro discutibile apparenza; e quest’ultima lo rinvia alla loro assenza, infinito vuoto ove si ammucchiano immagini e figure controverse. […] L’occhio muore non di ciò che ha visto, ma di ciò che non potrà mai afferrare”.
E ciò vale con maggiore forza quando il legame tra antropologia e arte si fa più diretto come nel caso di questa “passione etnica” che non è qualcosa di avulso da una trama di relazioni, identità e culture, al contrario appare come vitale ed energetica costruzione simbolica del reale che la circonda.

Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano

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