La scoperta delle immagini invisibili era scritta nel mio destino.
Vedere le immagini prendere una forma sempre più precisa
quando fissavo le macchie di umidità di un vecchio muro
costituì uno dei giochi preferiti e più avvincenti della mia infanzia.
Potevo vedere qualsiasi cosa […] tanto è prolifica la fonte delle visioni paranoiche.
Salvador Dalí, Io non sono pazzo
Chi entra in questa mostra badi: bisogna imparare a dire la verità chiudendo gli occhi, non aprendoli. E giova sapere che Dalí non è di fronte a noi, ma dentro ognuno di noi. Chiediamo perciò di avere il coraggio di aprire un’altra porta, quella della fantasia, combattendo, così come l’artista scriveva nel suo discusso manifesto (La mia lotta), per una ricerca senza fine: “Contro la Semplicità - Per la Complessità; Contro l'Uniformità - Per la Diversificazione; Contro il Collettivo – Per l’Individuale; Contro il Macchinismo - Per il Sogno; Contro l'Astrazione - Per il Concreto; Contro il Sole - Per la Luna; Contro i Fantasmi - Per gli Spettri; Contro il Tempo - Per gli Orologi molli; Contro lo Scetticismo - Per la Fede”.
E ora, cinquantasei anni dopo la prima esposizione di Salvador Dalí a Milano, allestita a Palazzo Reale nel 1954, questa grande personale sull’artista catalano indaga il suo inquieto universo poetico offrendo particolare risalto ai temi del sogno, del desiderio, del paesaggio surreale.
In collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí di Figueres (già sede della casa del pittore. per la quale egli si ispirò proprio alla Sala delle Cariatidi), e con gli importanti prestiti del Dalí Museum di Saint Petersburg (Florida), del Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam e del Museo Nacional Reina Sofia di Madrid, un’esposizione per entrare nelle visioni, interrogare i personaggi, decifrare gli oggetti che animano le tele di Dalí.
Definito il “pittore freudiano dei nuovi peccati”, capace di trasporre per immagini le pieghe della vita segreta con “le gratificazioni, gli sdoppiamenti e i desideri insoddisfatti”, Dalí ci parla, in tal modo, del potere dei sogni.
Ne abbiamo davvero bisogno. Per evadere e insorgere contro la volgarità fine a se stessa che si rivela essere un prevedibile custode del nulla. Contro il conformismo culturale che maschera un’economia in crisi per rivivere e gustare il sapore dell’esperienza surrealista attraverso le forme e le figure dell’arte. Dalí a Milano rappresenta dunque la cifra della creatività al potere. O meglio del potere della creatività.
Una prospettiva, uno sguardo che erompe dalla conformità e si apre a nuove relazioni, inattese rivelazioni, differenti profondità. Fra referenze passate e coeve: Velázquez, Vermeer, Raffaello, Picasso, Miró, Miralles, Dalí mette in scena il proprio immaginario fra sperimentazione e suggestione onirica, inquietudine e tecnica, provocazione e modernità. Fra gli “Oggetti ultracivilizzati del '900” che, in certo senso, ne accentuano una “sensibilità pop” e nell’uso plurale dei linguaggi artistici che paiono dare corpo all’affermazione di André Breton secondo la quale il linguaggio è stato dato all’uomo perché ne esplori tutte le possibilità e ne faccia “un uso surrealista”.
In effetti, l’immaginazione in Dalí non è deformazione dell’immagine, ma la sua continuazione nella direzione di un’anima, di una relazione, di una composizione nell’al di qua della realtà. L’immaginazione è il “prima dell’immagine”. Perché Dalí parla a noi attraverso il tempo. Le lancette del suo orologio scandiscono l’anticipo dell’uomo rispetto al destino. Da qui nasce la necessità, di più, l’urgenza di immaginare un’altra dimensione che non alluda a una realtà subordinata al sogno, ma a una diversa realtà. Come dire: niente è più reale del sogno.
Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano
|