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VB65 Vanessa Beecroft
cat. Electa

PAC, dal 17 marzo al 5 aprile '09



Come materia, il corpo può anche non irraggiare,
ma assorbire tutto quanto si irraggia dalle costellazioni periferiche
dello Stato, della Storia, della Cultura, del Senso.

Jean Baudrillard, All’ombra delle maggioranze silenziose

Quando il corpo si fa linguaggio? Quando cassa di risonanza per un’interpellazione, un grido silente, una provocazione, un atto d’accusa?
Quando l’esperienza del corpo tenta di superare i confini geografici, sociali, interpersonali.
Invitare e “acquisire” una nuova performance di Vanessa Beecroft, l’artista genovese conosciuta e discussa a livello internazionale, insieme alle videoproiezioni di alcune sue passate performances, tra cui VB48, VB54, VB61 e VB62, si inserisce nell’ottica di un nuovo e diverso approccio tra etica ed estetica di cui il PAC assume la vocazione: essere lo spazio di un progetto per l’arte contemporanea. E progetto significa gettare in avanti anche coloro che sono rimasti indietro. Per porsi in questo caso la questione dell’integrazione.
L’arte recupera qui una scena per l’inquieto sguardo, il gesto per lottare contro l’omologazione, il conformismo, l’ipocrisia. In questa prospettiva la nuova performance di Vanessa Beecroft si inscrive all’interno di una dialettica tra carne e corpo, tra il possesso della vita e la sua proprietà in un cortocircuito tra consumi e costumi.
Del resto, ri-pensare al tema dell’Ultima Cena intorno a una tavola trasparente di 12 metri imbandita fra immigrati africani alla quale irrompono presenze non irreggimentate del pubblico significa riflettere in modo originale sul concetto di ospitalità. Ma chi è accolto e chi accoglie in questo sconfinamento tra il sacro e il profano, tra il poetico e il realistico? Quale straniamento provoca la condivisione alterata di un momento di convivialità apparentemente senza attributo e senza predicato? Dopo le performances che hanno agito sul corpo della donna con intenti anche di denuncia e impegno sociale Vanessa Beecroft mette adesso in posa corpi maschili che rinviano a un’identità perduta o mutante nel flusso della migrazione.
Inevitabile un accenno al nomadismo, un fenomeno che non è più soltanto spaziale, ma che appartiene alla mente e alla tecnologia. Come non ricordare che nel sentimento della nostalgia e della lontananza si racchiude quell’avverbio greco “tele” che si apparenta nell’etimologia a una tecnologia ormai di uso quotidiano, esibita manifestamente perfino sulle nostre tavole? Cosa vuol dire comunità in questo contesto spaesante? Come si abita il mondo della globalizzazione? Quale spazio per le minoranze etniche? Questi termini non hanno forse perduto parte del loro significato in uno scenario in costante evoluzione? Oppure nuovi frammenti di verità si sono aggiunti in una visione trasfigurata? Una serie di domande a cui non è facile rispondere ma che si indirizzano verso la strada dell’esperienza del corpo, che da sempre interroga la Beecroft.

Massimiliano Finazzer Flory
Assessore alla Cultura del Comune di Milano

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